Lungo gli argini di molti corsi d’acqua italiani, un silenzio irreale si alterna a rumori inaspettati. Roditori di grandi dimensioni, le nutrie, scavano incessantemente, minando la stabilità delle sponde e mettendo a rischio la sicurezza idrogeologica di intere aree agricole e urbane. La loro presenza massiccia non è solo un problema ecologico, bensì una minaccia concreta alle infrastrutture e alla biodiversità locale. Il tema della gestione delle nutrie è da anni al centro di dibattiti in diverse regioni, dal Veneto all’Emilia-Romagna, dove l’animale ha trovato un habitat ideale per prolificare. L’idea di convertire un problema in una risorsa, seguendo l’esempio recente del granchio blu, inizia a farsi strada quale percorso per affrontare quello che è, a tutti gli effetti, un serio squilibrio ambientale.
La minaccia invisibile sotto gli argini
Il problema delle nutrie non è una novità, ma la sua gravità cresce di anno in anno, un aspetto che sfugge a chi vive in città e non frequenta aree rurali o fluviali. Questi roditori, originari del Sud America e introdotti in Italia per l’allevamento da pelliccia, sono sfuggiti al controllo e si sono naturalizzati, adattandosi perfettamente ai nostri ecosistemi. La loro capacità riproduttiva è elevatissima: una femmina può partorire diverse volte l’anno, con cucciolate numerose.

Inverno nel giardino: attirare gli uccelli per giornate magiche di birdwatching
Fertilizzare il giglio della pace: i segreti per una crescita sana senza stressare la pianta
Cani che parlano: l’incredibile capacità di apprendere parole attraverso l’ascolto umano
Aumento dei prezzi alimentari nel 2026: cosa sapere per gestire al meglio il tuo budget familiare
La cucina peruviana va oltre le mode: il ricettario che svela tradizioni e sapori autentici
Questo ha portato a un aumento esponenziale della popolazione, con stime che parlano di milioni di esemplari distribuiti su tutto il territorio nazionale. La loro azione più dannosa è quella di scavatori seriali. Realizzano estesi sistemi di gallerie e tane lungo gli argini di fiumi, fossi e canali, compromettendone la solidità. Ciò rende gli argini più vulnerabili, specie in ipotesi di piogge intense e piene, aumentando il rischio di esondazioni che possono avere effetti devastanti su coltivazioni, abitazioni e infrastrutture. È un danno economico tangibile, che si somma a quello agricolo diretto, dal momento che le nutrie sono erbivore voraci e danneggiano le colture, specie quelle ortofrutticole.
Strategie di contenimento e nuove prospettive
Le autorità locali e regionali hanno tentato diverse strategie per contenere la diffusione delle nutrie. Tra queste, la cattura e soppressione degli animali è stata la principale via adottata, con risultati alterni. Programmi di gestione faunistica prevedono l’utilizzo di gabbie trappola e successiva eutanasia, un approccio che tuttavia incontra spesso resistenze da parte di associazioni animaliste e solleva questioni etiche. In alcune località, ad esempio ad Arezzo, si è sollevato il tema della “salvezza” delle nutrie, evidenziando la complessità della questione e la difficoltà nel trovare un equilibrio tra esigenze ambientaliste e controllo delle specie invasive. Lo raccontano i tecnici del settore, il contenimento è un processo continuo, costoso e che richiede sforzi coordinati su vasta scala. In questo contesto, l’idea di esplorare soluzioni alternative assume un valore particolare. L’esperienza recente con il granchio blu, anch’esso specie alloctona e invasiva, ha aperto una nuova linea di pensiero: quella di convertire un problema ecologico in una risorsa alimentare ed economica. Si tratta di un mutamento di paradigma che potrebbe offrire nuovi strumenti per affrontare la sfida della gestione delle specie aliene.
Il precedente del granchio blu: una lezione applicabile
Il granchio blu (Callinectes sapidus), originario delle coste atlantiche americane, è approdato nel Mediterraneo e da qualche anno ha iniziato a proliferare in maniera incontrollata, provocando ingenti danni all’itticoltura e alla pesca locale, in particolare quella di cozze, vongole e altri molluschi. Questa specie aggressiva e vorace ha messo in ginocchio interi settori produttivi, specialmente in regioni quali il Veneto. Di fronte a questa emergenza, la risposta è stata duplice: da un lato, avviare campagne di contenimento e monitoraggio; dall’altro, promuovere il suo consumo alimentare. Il granchio blu, infatti, possiede carni pregiate e gustose, simili a quelle dell’astice. L’iniziativa di incentivare la sua pesca per fini commerciali e culinari ha avuto un riscontro positivo. I cuochi italiani e la grande distribuzione hanno iniziato a valorizzarlo, mutando un problema in un’opportunità economica per i pescatori e in una novità gastronomica per i consumatori. Questo esempio mostra un percorso tangibile: se una specie invasiva può essere introdotta nella filiera alimentare, il suo prelievo può essere incrementato, creando un circolo virtuoso che contribuisce al controllo della popolazione e genera valore. Il precedente del granchio blu ci pone davanti a una prospettiva interessante, che molti italiani stanno già osservando.
Le nutrie in cucina: dalla teoria alla pratica
Considerando il successo dell’approccio con il granchio blu, l’idea di applicare una logica simile alle nutrie non appare più così remota o bizzarra. Le nutrie sono mammiferi, e la loro carne, in base a chi l’ha saggiata, è magra e saporita, con un gusto che alcuni paragonano al coniglio o al cinghiale. In alcune culture sudamericane, da cui provengono, il consumo è tutt’altro che insolito. Nel passato, anche in Italia, ci sono stati tentativi sporadici e localizzati di introdurre la carne di nutria nell’alimentazione, ma senza mai raggiungere una diffusione significativa a causa di pregiudizi culturali e una mancanza di una vera e propria filiera. Il fulcro della questione risiede nella necessità di superare una barriera psicologica. L’animale, sebbene roditore, è pulito se allevato o prelevato in ambienti non contaminati. La sfida principale sarebbe quella di creare una filiera controllata, che garantisca la sicurezza alimentare e superi la percezione negativa del consumatore. Un piano del genere richiederebbe l’intervento delle istituzioni al fine di promuovere consapevolezza e accettazione, oltre a investimenti nella lavorazione e distribuzione. L’obiettivo ultimo non sarebbe solo il consumo, bensì un efficace sistema di prelievo che, incentivato dalla domanda, possa contribuire in maniera strutturale al contenimento di una specie che, al momento, continua a mettere a dura prova i nostri ecosistemi fluviali.